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Comprendiamo anzitutto sotto questo titolo le feste patronali in onore di S. Giorgio ( 23 aprile ) e di S. Pietro (29 giugno), e la festa del Bacio della Madonna ( il giorno di Pasqua). Senza ripetere quanto è detto diffusamente, in una descrizione vivace, dal Pitrè intorno alle due feste patronali, diremo che, come suole avvenire in simili casi, le due feste  non hanno sempre la stessa importanza nei vari anni. Noi abbiamo assistito all'una e all'altra festa nel 1900, anno in cui ebbe maggiore importanza, per l'apparato esteriore, la festa di S. Pietro: in compenso a noi risultò più caratteristica, per la vivacità delle espressioni, per le vive dichiarazioni d'affetto fatte dalle donne al santo, la festa di San Giorgio. La differenza fondamentale tra le due processioni, che hanno luogo il 23 aprile e il 28 giugno, sta nel fatto che nella prima segue alla statua del santo l'arca santa che contiene le sacre reliquie, mentre nella seconda le reliquie di San Pietro sono portate in un braccio d'argento, e fanno corteggio al santo 24 santi di statura colossale (santura) . Già abbiamo avuto l'occasione di ricordare come verso la fine del secolo XVII sorgesse un vero e proprio dualismo tra i fedeli dell'una e dell'altra matrice aspirante al primato: tale dissidio divenne alcuna volta così aspro da degenare in vere e proprie battaglie non sempre incruente, e da provocare il divieto ( che risale al 1700 ) di portare armi durante le dette feste. Ora il dissidio si è attenuato, per quanto riguarda la sua esplicazione in colpi di bastone e sassaiuole, ma non accenna minimamente a scomparire. Alle armi si sono sostituite le parole ingiuriose, indirizzate a questo ed a quel santo e ai loro rispettivi emblemi. Così i Sampietrini chiamano S. Giorgio cavaddaru e carcarazza (pica) l'aquila di San Giorgio, mentre i Sangiorgiani chiamano S. Pietro tignusu e il camauro cuccu (barbagianni). Ed è cosa veramente caratteristica l'assistere, fin dalla vigilia dell'una e dell'altra festa, allo scambio di questi onorifici appellativi. Questo è uno dei numerosi esempii di dissidio che traggono la loro origine dalla lotta per la preminenza fra chiesa e chiesa di uno stesso paese, di una stessa città, e che sono ben noti agli studiosi della storia siciliana. L'antagonismo fra Sampietrini e Sangiorgiani richiama al nostro pensiero quello fra Santamarianuvari e Sanbartulumiari di Scicli, Nunziatari e Immacolatari di Comiso, quello fra Sambastianari e Sampaolari di Palazzolo, quello tra gli ascritti alle due confraternite di San Filippo e dello Spirito Santo di Siracusa. La lotta per la preminenza fra questa e quella chiesa, tra questa e quella confraternita non è se non causa occasionale a far divampare l'odio tra partito e partito. Ad ogni modo, gli epiteti di cui vengono onorati i santi sono per noi documento prezioso, non diremo del sentimento religioso, ma delle generali condizioni etiche delle popolazioni siciliane.
La festa del bacio della Madonna ci riconcilia col popolo modicano. Il giorno di Pasqua, a mezzogiorno preciso, la Madonna, che è uscita dalla Chiesa di Santa Maria di Betlemme, è fatta avanzare (da cinque uomini, uno dei quali fa eseguire alla Madonna i movimenti opportuni) nella Piazza del Municipio, fra una grande calca, verso il Cristo che rimane fermo nella Piazza. Giunta a cinquanta metri dal Figlio, la Madonna apre le braccia. Due colombe, nascoste sotto la sua veste, sperdono nell'aria pagliuzze dorate. La Madonna stringe tra le braccia il Figlio, e lo bacia. In quell'istante non pochi dei presenti sono gettati, dal sentimento della fraternità in Cristo, gli uni nelle braccia degli altri. E' quello un istante d'intensa commozione generale: un abbraccio, un bacio dato in quell'istante vale a cancellare odii che covano da anni. Dal modo come la Madonna bacia il Figlio si traggono auspicii per l'annata.
Nel giorno dell'Ascensione, e in altre occasioni solenni, viene portato in processione il capello della Vergine che si custodisce nella Chiesa di Santa Maria di Betlemme. Altre usanze degne di speciale menzione sono le seguenti.
La notte di Natale si preparano e si provano i filtri amorosi, così come avviene a Chiaramonte e a Vittoria.
Poco prima di partorire, per bene auspicare alla vita del nascituro, la futura puerpera accende una candela di cera bianca (detta candela di S. Raimondo), a cui è appesa una preghiera stampata: questa viene recitata dalle persone che assistono al parto. Qualche volta (ed è questa, al pari della seguente, un'usanza degna della massima attenzione) si odono intorno alla casa che ospita un morto urla e strida; gli amici, i conoscenti chiamano in questo modo, dalla via, l'anima del morto: per tre giorni la porta di casa del morto rimane socchiusa. Qualche volta, specialmente da parte delle donne, s'innalzano preghiere alla luna nuova. Si comprende che tanto questa quanto l'usanza precedente, che ci riportano ai tempi precristiani, si vanno facendo sempre più rare. E un'usanza che assai probabilmente ripete la sua origine da tempi remotissimi è anche la seguente: la notte dal 20 al 21 marzo i contadini modicani accendono fuochi sulle balze dei monti e osservano in quale direzione piega la fiamma, in quale direzione soffia il vento.
Il vento di ponente è di buon augurio, quello di levante di cattivo augurio: u vientu ri ponente, annata bona; u vientu ri levante, annata tinta.
Il carnevale che ebbe un'importanza grande in tutta la Contea fin verso il 1848, ha perduto ormai la sua fisionomia. Erano sue caratteristiche le domande balzane, gli indovinelli, la beffa plateale, la più sfrenata licenza. La follia carnevalesca non risparmiava le stesse comunità religiose: il refettorio del Convento del Carmine si trasformava in una sala da ballo nella quale volteggiavano i monaci mascherati o in costume di ballerini, e il Convento di S. Domenico diventava, fino al 1839, il teatro di una vera e propria orgia indecente.
Il carnevale, detto in alcune parti della Contea carruvali, non avvicinava soltanto le varie  classi sociali, ma radunava attorno al desco familiare tutti i membri della famiglia dispersi nei vari paesi della Contea: essi nello sdirrimarti (martedì grasso) ricevevano, in ginocchio, la benedizione del capo prima di fare il debito onore ai maccheroni natanti nel sugo.
I tre ultimi giovedì di carnevale sono detti: Jovi di lu zuppiddu, Jovi di lu cummari, Jovi di lu lardaloru. Nel primo si distribuiscono ai poveri i vermicelli al sugo; nel secondo si distrugge una notevole quantità di carne di maiale e hanno luogo le più aperte manifestazioni di cordialità tra le persone legate dal comparatico; nell'ultimo (o Berlingaccio) si mangia in comune il minestrone, che ha il potere di togliere la vecchia ruggine tra persone e persone, e si sborsano le paghe (rate della dote) che sono state ritardate.
Gli ultimi tre giorni di carnevale son detti sdirrumìnica, sdirriluni, sdirrimarti.
Insieme colle feste carnevalesche sono ora scomparse le usanze che erano caratteristiche del giorno di S. Martino, del giorno dell'Ascensione e di Natale. Ed è del pari scomparso l'uso di celebrare con banchetti degeneranti alcuna volta in vera e propria licenza la vigilia delle feste principali.

Proverbii, Strucciuletti, Indovinelli, Modi di dire, Domande carnascialesche e balzane, Jiabbu, Scioglilingua, Viersi, Canti popolari.

Le raccolte del Guastella e del Pitrè provano che la Contea presenta una letteratura veramente ricca su questo riguardo. Ma poichè noi non ci occupiamo dell'intero territorio della Contea, dobbiamo limitarci a ricordare che il Comune, per quanto ci dicono le raccolte eseguite nei varii comuni dell'antica Contea, va specialmente segnalato per l'uso grandissimo che in esso si fa dell'indovinello, della domanda balzana, e per quel caratteristico modo di dire che assume il nome di strucciuletto, ed è intermedio tra il proverbio e l'idovinello.
Non riferiremo qui la serie di proverbii e degli indovinelli riportata dal Pitrè, anche perchè quelli che furono raccolti nel Comune non sono ad esso esclusivi, e anche perchè non pochi di essi sembrano tradire un'origine letteraria.
Ricordato che l'antica Contea " ha formulato in proverbii certe ossrvazioni che in altri luoghi son rimaste come semplici frutti d'esperienza comune ", e che l'indovinello fu nella Contea una vera e propria istituzione del periodo carnevalesco, accenniamo ad alcuni caratteristici modi di dire, che devono aver avuto origine nel Comune.
Ancora al presente vivono i due seguenti: Lu re e li tauri gòdinu di lu francu paraggiu; Pri la Brammina lu sangu a lavina. Il primo di essi accenna alla lotta tra il popolo modicano e Bernardo  (o Giovanni Bernardo) Cabrera; il secondo alla strage dei 400 ebrei, avvenuta nel 1474, davanti alla Chiesa di Santa Maria di Betlemme. Ecco qualche esempio.
1 - Quann'è ca 'u viddanu si lava i manu?
  -  Quannu zappa, pirchì s' 'i sputa.
2 - Quali su' i fruti ca ni fannu dòliri i spaddi?
  - I pira ( le nerbate)
3 - Quali su' i tre 'nnimici r' o' viddanu?
  - U patruni ca 'un lu lassa ppi curtu (lo guarda a vista), a muggeri ca 'u fa crastu (becco), e 'u sbirru ca cci leva 'u ssceccu (l'asino)
4 - Cu' è 'u veru nòbbili?
  - 'U puorcu, pirchì mancia, vivi (beve) e un fa nenti. Quest'ultimo pare a noi esempio felicissimo di satira: esso caratterizza lo spirito di mordacità del contadino modicano, che trova nel frizzo la sua vendetta contro chi fu, a suo danno, favorito dalla fortuna.
Citiamo il seguente, che scolpisce la figura del contadino fermo al lavoro fino all'ultimo giorno di sua vita:

La malattia di lu viddanu dura vintiquattr'uri:
A la sira lu medicu, a lu 'nnumani lu Signuri.
E citiamo ancora quest'altro che definisce il sabato modicano:
Lu sabbatu si ciama alleria cori:
Miatu (beato) cu' l'ha bedda la muggeri!
E cu' l'ha brutta ci scura lu cori,
Cci rispiàci lu sàbbatu ca veni.
Le domande che sono di prammatica durante il carnevale, e sono in uso anche nella parte restante dell'anno, sono al pari di buona parte degli indovinelli e dei jiabbu (o beffe rimaste), di natura tale che se il popolo modicanofosse giudicato solo attraverso ad esse apparirebbe, come già notava il Guastella relativamente a tutta la popolazione della antica Contea, come uno dei popoli più scostumati del mondo. La verità è invece questa: non poche delle persone che si scambiano le dette domande attendono ingenuamente ad un gioco, ignorando il doppio senso di alcune parole.
Quantunque la beffa sia generalmente grossolana, plateale (così come quando si esplica in un atto), non è senza interesse l'assistere alcuna volta, specialmente di carnevale all'incrociarsi degli insulti più sanguinosi scambiati fra due donne del volgo. E' una vera serie di botte e risposte, accompagnate da atti di una comicità spesso singolare.
Quanto agli scioglilingua, basterà citare i seguenti esempii: 'A prena crapa Pp' i pruna crepa (La crapa pregna scoppia per i pruni), Scocca ri sciocca Sciacca 'a sciacca ( il cespo di valeriana rossa fende la roccia di Sciacca).
Un cenno speciale merita invece il viersu o ninna nanna: esso che discende dal ciuri o muttettu ( stornello) è il rappresentante tipico delle ninne nanne dell'antica Contea, e conserva ancora la sua fisionomia, diversamente da quanto avviene ai viersi degli altri paesi vicini. Ne citeremo come esmpio uno che o è di origine locale o, almeno, fu modificato sul luogo, come si può argomentare dall'accenno che trovasi in esso a tre contrade non lontane dalla città: Minnuliddi, Nacalinu (o Nafalìnu, come vedremo), Aulivitu (Oliveto).

Vieni, Suonnu, r' 'è Cutùri,
R'oru e d'argentu su li fasciaturi,
Lu figgiu si curcau 'ntra rosi e sciuri (fiori).

Vieni, Suonnu, r' 'e Minnuliddi,
R'oru e d'argentu su li cappuliddi:
Fa la vo' , figgiu miu, ciuri l'ucciddi (occhietti).

Vieni, Suonnu, ri Nacalìnu,
Su li scarpuzzi r'oru e argentu finu:
Fa la vo' , ca cc'è 'n 'ura ri matinu.

Vieni, Suonnu, ri l'Aulivìtu.
Lu figgiu ri lu Rre s'ha fattu zitu (sposo):
Voli lu figgiu miu ni lu cummitu (convito).

 


Già abbiamo ricordato come sia scarsa, relativamente, la messe di canti popolari raccolta a Modica, i canti che vivono tra il popolo: è chiaro che, dopo le ampie raccolte di canti popolari fatte in altre paesi della Sicilia, i raccoglitori dei canti modicani hanno dovuto, in gran parte, limitarsi a trascrivere alcune varianti, spesso prive d'importanza.
Volendo citare un canto prettamente indigeno, e veramente tipico, citeremo il Canto della messe,pubblicato dal Guastella. E' questo, a nostro giudizio, un canto pienio di forza e di vita. Nelle prime strofe stride l'invettiva contro tutte le classi sociali: l'invettiva diventa pungente, aspra, velenosa, tale da far supporre come imminente lo scoppio dell'ira, lungamente covata, in un grido di vendetta selvaggia. Ma invece di questo grido ecco la lode del piano tutto pieno di spighe mature, ecco l'incitamento febbrile alla falce infaticabile, ed ecco infine l'amara sentenza che tutti gli uomini, poveri e ricchi, sono ugualmente vittime dell'iganno.

Fauci r'oru, vola, vola,
Vola, vola, ni sta' 'mpara cantano i mietitori.
Lu massaru è ne li detti (debiti)
e poichè questo è il giorno della sua vendetta, il canto contiene i seguenti augurii e giudizi: " Pugna e ccàuci a li mastrazzi, Cutiddati a li notara, Lampi e trona a li parrini, Mulinara tutti latra, Arsi tutti i cavalieri, Cascittuni è lu staffieri, Tira cutri (mezzanu) è lu varvieri, Lu scarparu è veru puorcu... aperti li sculara, Tutti impisi li sbirrazzi ".
E il canto termina con queste tre strofe, l'ultima delle quali consta di cinque distici:

Senza tacca nun c'è donna,
Nun cc'è uomu senza corna:
E li corna su' gintili,
Nesci marzu, e trasi (entra) aprli.
Trasi aprili e nesci marzu,
La quagghiata (giuncata) 'unn è tamazzu (cacio)
Lu tumazzu 'unn è quagghiata
N'arrivau la bon' annata.

Bon' annata n'arrivau
E la francia (fame) s'accapau (finì):
S'accapau, finìu la francia,
Lu viddanu ssciala e mancia.
Sciala e mancia lu viddanu:
Oru e argentu ni stu cianu.
Ni stu cianu oru e argentu:
Vola, vola, com' 'u vientu.

Vola, vola fàuci fina:
La campagna è tutta cina (piena):
Tutta cina è di laùri (spighe non mietute),
Pi laurari a lu Signuri.
Lu signuri ppi laurari:
Quant'è bbeddu 'u bon campari.
Tutrutrù, tutrutrù
Quattru scuti un purcu fu:
E fu un puorcu quattru scuti,
Poveri e ricchi siemo cornuti.

 


Tradizioni, Superstizioni e Pregiudizii.

"... i canti siciliani... rimangono sempre ristretti a una creazione indigena; le novelle invece... ripetiono sempre una origine che non è siciliana, nè toscana, nè piemontese ". Quanto il Pitrè dice delle novelle, devesi dire a proposito delle tradizioni in genere, delle superstizioni e dei pregiudizii. Quanto alle tradizioni ( che comprendono parità o apologhi e storie o leggende morali) citeremo due esempii di storie, perchè sono di origine e di riferimento locale: quella di fra Cola e quella della lavannera di
S. Giovanni. Quanto alle superstizioni e i pregiudizii ( e si comprende facilmente come non sia sempre possibile una netta divisione tra le prime e i secondi), potremo citare un numero maggiore di esempii, anche perchè superstizioni e pregiudizii sono attestati da atti che si compiono tuttora.l Hanno per noi speciale importanza le credenze e le pratiche relative al rinvenimento dei tesori ( alcune delle quali fanno fede di una coscienza morale propria della società barbarica), la credenza relativa a una speciale condizione di cose favorevole all'infezione colerica; e importanza veramente grande hanno le numerose invocazioni, i numerosissimi scongiuri, a cui si attribuisce una virtù terapeuticadi gran lunga superiore a quella che possono avere le prescrizioni dei medici. Seguono credenze e conseguenti pratiche, troppo difficilmente raggruppabili, quali la credenza ( diffusa in tutta l'antica Contea) che nel giorno di S. Giovanni, al punto di mezzogiorno, l'acqua marina non presenti, al gusto, traccia di salsedine, la credenza che si debbano trarre lieti auspici dal canto della gallina quando essa somiglia a quella del gallo, e che si debbano invece trarre auspicii tristi dal fatto che la conocchia o il fuso sono stati dimenticati sul letto (il che indica prossima la discordia tra marito e moglie), o dal fatto che in una casa vi sono, nello stesso tempo, due donne coi capelli non rannodati in treccia, o che si è lasciato spegnere il fuoco il sabato santo (il che indica che un membro della famiglia morirà entro l'anno).
Tra le credenze superstiziose merita un cenno speciale questa: il vento forte è prodotto da un demone, da Mazzamarieddu (detto anche mazzapanieddu): tutti gli altri venti " sono il fiato dello Spirito Santo, e non possono maledirsi. Tra le pratiche che si possono riguardare come speciali a Modica ricordiamo il viaggio di S. Jàbbicu, un vero e proprio pellegrinaggio votivo, che si deve compiere in speciali circostanze difficili alla diruta chiesa di S. Giacomo, alla mezzanotte tra il 24 e il 25 luglio.
La Contea in genere (come già si è detto) e il Comune in ispecie ci offrono caratteristici esempi di animismo. - I diavoli (virsierii) entrano come causa efficiente in molti fatti naturali ed umani. Dopo l'ultima alluvione i contadini favoleggiarono di diavoli che passarono, poco prima dell'ora terribile, in via Santa Maria, davanti alla casa del professore Mèdica, eseguendo capitomboli continui, così come favoleggiarono della coda della dragunara ( una nuvola nera) passata sulla città nei giorni precedenti l'alluvione, e di una donna bianco-vestita apparsa, negli stessi giorni, presso la Fontana grande o Fontana di S. Pancrazio.

 

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