|
|
|
|
18-Maggio-2001
|
|
CULTURA | E-BOOK | TURISMO | CARTOLINE | ................
|
|
|
|
|||
|
LO
SPINO DEGLI IBLEI Che la Sicilia sia la più grande isola del Mediterraneo nessuno potrà negarlo, come innegabile è che essa sia -per antonomasia- la terra del sole, dei miti, delle credenze popolari, delle tradizioni che si accavallano nei secoli e che danno, anche a chi ne prenda contatto per la prima volta, il profumo ed il gusto di un miscuglio particolare, avvertiti subito nell'aria olezzante di zagara già nel mentre si naviga il mare custodito da Ladone. La commistione della basilare civiltà sicula con l'essenza greca, la grandiosità romana, l'impronta normanna, la sinuosa morbidezza saracena, appuntita da una gentile verve francese e da una solarità aragonese, il tutto impreziosito da un barocco piacevole ha fatto confondere ciò che di veramente siculo è ancora rimasto nell'Isola con quello che invece è stato solo acquisito nell'avvicendarsi delle continue dominazioni straniere. E' purtroppo comune identificare il ficodindia, le palme, gli agrumi, che con tanto rigoglio vegetano in Sicilia, come piante indigene dell'Isola, mentre sono soltanto recenti introduzioni esotiche. Il ficodindia è originario dell'America Centrale e fu portato in Sicilia dagli Spagnoli, le palme arrivarono dall'Asia Meridionale, gli agrumi dall'Estremo Oriente. L'impressione è che tale confusione abbia fatto perdere di vista ciò che è veramente aborigeno e che ha sempre fatto parte del territorio siculo. Mi riferisco ai residui pini d'Aleppo, alle sempre meno numerose querce spinose (quercus calliprinos), alla rara Retama monosperma (una bianca e profumata ginestra), alla coturnice di Sicilia, alla trota Macrostigma ed al cane Spino degli Iblei. Tutte testimonianze della storia naturale dell'Isola del sole meritevoli di essere custodite e valorizzate come avviene già per le cattedrali barocche e per l'iconografia siciliana. Nonostante millenni orsono fosse stata ricoperta da estese foreste di lecci, di querce e di piante alofile, tanto che qualcuno scrisse che si poteva andare da Capo Passero a Marsala senza poggiare un solo piede a terra, la maggior parte del territorio, da alcuni secoli ormai ed a causa delle incessanti attività antropiche, presenta un paesaggio scarno e arido, interrotto solo qua e là da una sempre più rara macchia cespugliosa mediterranea.In contesti geofisici di tal genere poche sono le specie animali in grado di sopravvivere, tant'è che tutti i grandi mammiferi si sono estinti già da parecchio tempo. E' ampiamente documentata l'antica presenza, su tutta la regione, di cervi, daini, caprioli e lupi. Purtroppo, noi Siciliani siamo eredi di una educazione esclusivamente umanistico-letteraria, molto lontana da quella di tipo anglosassone o scandinava, per cui apprezziamo la natura solo come bene visivo o come sensazione paesaggistica, senza quella oggettività di correlazione tra flora, fauna, geologia e leggi biologiche che permetterebbe la conservazione di un patrimonio che non può certo rinnovarsi per magia. Il territorio ibleo, quello compreso dai confini della vecchia di settecento anni Contea di Modica, già nel 1200 era definito Regnum in Regno non soltanto per l'autonomia politico-economica, ma anche per via delle caratteristiche orografiche del suolo che lo differenziano ancora oggi da tutto il resto della Sicilia. Si sta parlando del Val di Noto -uno dei tre Valli in cui gli Arabi divisero la Sicilia- e dei rilievi tabulari dei Monti Iblei. In tutto l'altopiano ibleo i pascoli sono costituiti da piante spinose (cardi selvatici), pochissimo remunerativi e inidonei all'allevamento di qualunque animale. La naturale costituzione calcarea del territorio, poi, impedisce qualsiasi forma di coltivazione a carattere estensivo o con profitti assimilabili a quelli padani.Il Siciliano ibleo, dunque, ha dovuto provvedere -forse anche inconsapevolmente- a crearsi degli animali da reddito che sapessero cavarsela con quel poco, quasi niente, delle risorse superficiali concesse dalla terra.In quest'ottica e per tali esigenze, nella zona gravitante attorno al tavolato dei Monti Iblei sono state o si sono forgiate delle razze che vengono considerate autoctone proprio per le attitudini produttive uniche, introvabili in qualsiasi altra razza della stessa specie. Nei bovini troviamo infatti la vacca Modicana, razza a duplice utilizzo, capace di produrre latte quanto mediamente ne darebbe una discreta Olandese, offrendo in più, però, un'ottima carne. Ricerche scientifiche hanno provato che la resa di carne di un toro Modicano è di poco inferiore a quella fornita da un omologo di razza Aberdeen Angus. Tutto ciò, però, laddove né l'Olandese né l'Aberdeen riescono a sopravvivere e ad assicurare le loro potenziali capacità produttive.Negli equini è sempre stato utilizzato l'asino Ragusano, instancabile lavoratore di grande taglia il quale, nonostante la pessima qualità dei pascoli e la misera quantità di alimento, si dimostra forte trasportatore di enormi basti, rimorchiatore di grandi pesi e capace di fornire dell'ottima carne anche in tarda età. Da qualche anno l'Istituto di Incremento Ippico di Catania si sta adoperando per l'incremento numerico della razza, mettendo gratuitamente a disposizione per la rimonta ben 22 stalloni già testati.La pecora Comisana è l'unico ovino presente in zona e al quale il pastore ibleo non intende rinunciare in quanto essa è la sola in grado di assicurare in buona quantità -sugli scarni pascoli della zona- una discreta qualità di carne e di lana, oltre a dell'ottimo latte. La triplice funzione della Comisana non è certo mia invenzione visto che l'animale è molto apprezzato anche in Calabria, in Basilicata ed in tutto l'Agro romano. Il bovino Modicano, l'asino Ragusano e la pecora Comisana, razze regolarmente riconosciute e dotate di un libro genealogico ufficiale, sono stati selezionati tutti nell'area gravitante attorno all'altopiano ibleo, come pure il cani spinusu o semplicemente spinu ovvero ancora lo SPINO DEGLI IBLEI. Il caratteristico paesaggio agrario ibleo, costituito da muri a secco (vere opere d'arte costruite per la necessità di utilizzare i numerosi massi accumulatisi dopo il dissodamento) che delimitano i campi, dalle vecchie masserie, dalle sontuose ville padronali e dalle regie trazzere in basoli, sarebbe monco se privato della presenza viva di questo cane che, a dire dei nostri nonni, è sempre stato il solo custode della roba ragusana, nel senso più verghiano del termine. La Sicilia pastorale sud orientale non è mai stata teatro di transumanza per via della mitezza climatica in ogni stagione e per la grande estensione di territorio pianeggiante (sia a bassa che ad alta quota), per cui all'allevamento ovino è stato sempre accoppiato quello dei bovini. Si è sempre preferita la stabulazione degli animali; la cultura della casa colonica -centro stabile della masseria- ha esatto un tipo di cane, proprio come per le razze di altre specie, che possedesse svariate attitudini funzionali e che sapesse in primis attuare una ferrea guardia alle masserizie, ma che, all'occorrenza, sapesse anche condurre la mandria al pascolo. Lo Spino degli Iblei possiede infatti l'autosufficienza mentale di inquadrare il vasto territorio circostante per proteggerlo anche durante l'assenza di tutti gli uomini ed ha nel sangue l'istinto a cacciare le volpi e i cani rinselvatichiti che rappresentano ancora oggi un costante pericolo per l'unica fonte di reddito del massaro ibleo. Un cane insomma con una tempra granitica, ma anche con una certa adattabilità ai diversi utilizzi che la vita dell'azienda agricola ragusana richiede. Il compito principale dello Spino degli Iblei è senz'altro quello della guardia al gregge se in mano a pastori, alla masseria ed a tutto ciò che in essa è contenuto se di proprietà di massari. Un cane versatile, dunque, che sa diventare paratore o conduttore a seconda delle esigenze del proprio utilizzatore. Nella realtà iblea, come si è detto, l'allevamento di bestiame è stato condotto a stabulazione: il centro di rotazione di tutte le attività è la casa colonica, ricovero notturno non soltanto di tutta la famiglia del massaro ma anche degli animali. Questi ultimi, all'alba, vengono condotti sui pascoli circostanti (generalmente nel raggio di un paio di chilometri) presi a gabella dal massaro, per essere riaccompagnati alle stalle all'imbrunire. Durante questi brevi spostamenti giornalieri, a scortare e guidare gli animali, accennando anche i comportamenti tipici dei cani conduttori, vi sono alcuni del branco di spinusi, gli altri -generalmente i più giovani- rimangono a guardia della masseria. Una volta raggiunto il pascolo, vi restano fino a sera, rimettendosi a fare i guardiani contro le volpi, i cani randagi e l'abigeo. Questo è lo Spino degli Iblei, tipico cane da pastore di pianura, ben diverso dal cugino montanaro, "cani ri mannara" o Pastore Siciliano ovvero ancora Cane Pecoraio Siciliano, che pratica la transumanza sui Nebrodi e sui Peloritani.Tipizzato da una statura di circa 70 cm al garrese, un peso che si aggira intorno ai 50 kg ed un mantello che già da solo è segno di identificazione razziale, questo cane si è conservato omogeneamente intatto fino ad oggi grazie a molteplici fattori concomitanti. Innanzi tutto, rimanendo esso ancorato sempre ad uno stesso posto molto circoscritto (la masseria), ha una grande capacità di fare branco. La grande forza fisica, difficilmente ravvisabile in altri cani costretti a vivere nella miseria della campagna iblea di una volta, fa sì che diventa praticamente impossibile, per un cane esterno al branco, ottenere le grazie di una spinusa in estro, a meno che l'intruso non sia un altro Spino. Ma in tal caso la razza viene comunque mantenuta. L'intransigenza e la tenacia di questo cane credo siano perfettamente scolpite in un proverbio siciliano antichissimo tanto da essere ricordato quasi esclusivamente dai più vecchi: Nun rommiri co' putticatu apiettu, mancu co' Spinu e' pieri 'o liettu (Non dormire con la porta aperta neppure con uno Spino ai piedi del letto), proprio per raccomandare che la massima prudenza (la difesa offerta da uno Spino sdraiato al nostro capezzale) non è mai troppa. Gianni Vullo |
|
E' vietata la
riproduzione anche parziale
©2001
CONTEA DI MODICA Tutti i diritti riservati
|
|
rcfcr12.000
|
|
Contea
di Modica Categorie
Pubblicità
sul Sito Registrati
Contattaci
Adv.-
Banner by www.tuttorete.it
|