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La
tragedia , tra le più gravi che la nostra storia ricordi (il pensiero
corre inevitabilmente al terremoto del 1693), ebbe una durata inversamente
proporzionale ai danni ed alle vittime che provocò: centododici morti
e danni incalcolabili alle campagne ed alle costruzioni urbane, in poco
più di trenta minuti! Ma, tenuto conto delle particolari condizioni di
tempo in cui avvenne, il sacrificio di vite umane può considerarsi irrilevante.
La città
dormiva e le strade erano deserte i negozi erano chiusi e le chiese avevano
appena accennato ai primi rintocchi del mattutino. Per di più, data la
stagione, molta gente era ancora in villeggiatura, sulle alture o al mare.
Poche ore più tardi, la Morte avrebbe mietuto una messe tragicamente più
abbondante nelle chiese zeppe di fedeli, nelle strade brulicanti di operai,
braccianti ed artigiani diretti al lavoro e nei negozi pieni di clienti.
Per oltre ventiquattro ore su tutta la zona sud orientale della Sicilia
cadde una pioggia dirottissima, interotta per brevi tratti da sprazzi
di sole che fece registrare alla stazione pluviometrica di Giarratana,
una quantità acqua pari alla metà di quella che, di solito, cade in un
intero anno! Il 25 settembre, la furia dell'acqua devastò le campagne
del modicano, distruggendo raccolti ed armenti, allagando campi e strade,
senza per altro mietere vite umane. Le contrade di Frigintini, Calamezzana,
Margione, Santangelo, Miglifulo, Rassabia e tutte le altre che fanno corona
ai nostri monti, subirono un lavacro d'acqua quale mai, neppure nel 1833,
era caduta.
La terra
ebbe tempo d'assorbirne quantità incredibili, tanto da trasformarsi in
una immensa
coltre liquida. Le cave che attraversano l'abitato da nord e da est e
che si sarebbero trasformate da lì a poco in trappole mortali, contenevano
ancora all'altezza degli argini la fiumara d'acqua rifiutata o restituita
dalla terra. Questo il punto, alle quattro e venti antimeridiane del 26
settembre. Proprio a quest'ora, il volume della pioggia che sembra già
insuperabile, si dilata spaventosamente; non si tratta più di pioggia,
più o meno torrenziale, ma di una valanga d'acqua che piove compatta a
velocità incredibile. Si sono aperte le cateratte del cielo. La terra
non è più in grado di contenerla; enormi distese mostrano la nuda roccia
spogliata dell'humus che ha iniziato la sua macabra corsa verso la rovina.
Laggiù in fondo c'è la città che dorme, ignara dell'apocalisse. I fulmini
scavano solchi abbaglianti nel cielo nerissimo, squarciano le tenebre
e si insinuano nelle fessure delle finestre e delle porte, come a spiare;
i tuoni rotolano sulle coste e fanno tremare le case. I torrenti Pozzo
dei Pruni, Ianni Mauro e Santa Liberante cominciano a vomitare montagne
d'acqua. Particolarmente terribile il primo, alimentato da un bacino di
circa diciassette chilometri quadrati, con pendenze che superano, in molti
punti, il 30%, inizia la sua pazza corsa a sette chilometri dalle porte
di Modica. Via via che precipita verso il fondo valle, raccoglie le acque
in piena del Passo Gatta, di Cava Fazio e della Vaccalina, come un enorme
imbuto. All'altezza del San Pancrazio, entra nella strettoia degli argini;
a questo punto il dislivello di oltre 150 metri e la strozzatura graduale
aumentano vertiginosamente l'altezza della fiumara e la sua velocità.
Piomba
alle spalle della Chiesa di Santa Maria come una gigantesca palla di cannone:
si tratta di un fronte di acqua di quasi undici metri di altezza proiettato
ad oltre cinquanta chilometri l'ora. Il ponte della Catena, investito
dall'onda che porta avanti un grosso albero, a guisa di ariete, crolla
senza resistenza. Il primo vero ostacolo è rappresentato dalla curva di
Via Dione su cui sorgono tre case di abitazione, a diversi piani, che
vengono spazzate via come castelli di sabbia. Dove un momento prima c'erano
tre costruzioni di mole rispettabile, l'acqua si scava un nuovo letto
profondo più di tre metri dal piano della strada e largo più di quindici!
La parete est della Chiesa, robustissima e di nuova costruzione, servì
quasi da guida all'acqua per scagliarsi contro il palazzo dirimpetto,
che subì gravissimi danni, e per irrompere, attraverso i balconi sfondati,
nelle stanze del primo piano dove lasciò un metro di fango. La Chiesa,
il cui pavimento ha una superficie di quasi mille metri quadrati, si riempì
di acqua melmosa per una altezza di tre metri e cinquanta. In Piazza Mazzini,
il famoso piano Orosco, la piena ha un attimo di sosta, a causa del suo
improvviso allargamento di fronte.
E' solo un
attimo; poi, la folle avanzata riprende. Le colonne del ponte Pilera si
incrinano, l'atrio comunale è allagato, la balconata dell'Ufficio Postale
è divelta. A questo punto, le acque del Pozzo dei Pruni si incontrano
con quelle del torrente Ianni Mauro; con un enorme boato, un tratto di
ben 68 metri dell'alveo coperto di Piazza San Domenico scoppia letteralmente,
a seguito della pressione interna provocata dal rigurgito dei due torrenti
nel punto di incontro. Malgrado le notevoli proporzioni della piazza,
l'acqua raggiunge una altezza complessiva di quasi dieci metri dal tetto
dell'alveo. Le traccie lasciate sul palazzo Grimaldi arrivano a cinque
metri e novanta dal marciapiede che, a sua volta, si innalza di quattro
metri dal fondo della cava. Forti del reciproco apporto, le acque continuano
la loro opera di distruzione e di morte. Buona parte delle case costruite
sull'area dell'attuale Ufficio Postale ed i terrani situati all'incrocio
di Via Arancitello con Via Santa, vengono diroccati. Più di trenta persone
di questo quartiere, sorprese nel sonno, affogano come topi in trappola.
Casa Tantillo
e la Chiesa di S.Agostino soffrono lesioni così gravi da portare il ricordo
per oltre sessant'anni; sino a quando, cioè, il piccone demolitore le
innalzerà al rango di suolo edificabile per i palazzi Plachino e Tumino.
Piazza Matteotti, allora Piazza Carmine, rallenta la furia dei torrenti
e ne riduce notevolmente l'altezza. Ma il pericolo non è ancora cessato;
all'altezza del ponte Stretto, le acque del Pozzo dei Pruni e dell'Ianni
Mauro si scontrano e si uniscono con quelle del Santa Liberante. Anche
qui il rigurgito fa innalzare il livello della fiumara che, dopo avere
trascinato con sé un buon tratto degli argini e danneggiato gravemente
le strade laterali, Stretto Vecchia e Stretto Nuova (gli attuali marciapiedi
del primo tratto del Corso Umberto I), si riversa in parte sull'alveo
del Moticano ed in parte in Via Santa Marta (ora, Vittorio Veneto) dove
ha modo di soffocare altre vite nelle catapecchie costruite sotto il livello
stradale. I fondaci ed i magazzini che sorgevano all'imbocco di Via Conceria,
sono ridotti ad un accumulo di macerie.
Ora
il fronte delle acque ha raggiunto una larghezza di oltre venti metri,
una sezione di poco inferiore ai 150 metri quadrati, una velocità media
di cinque metri al secondo ed, in conseguenza, una portata complessiva
di circa 750 metri cubi al secondo. Vale a dire, più della metà della
portata media annuale del fiume Po; più della portata media annuale dei
fiumi Tevere, Ticino ed Adige messi assieme! Sono le 4.40 del mattino,
di quel mattino del 26 settembre del 1902 che sarà anche l'ultimo per
più di cento persone.
Le vittime,
nello spasimo allucinante dell'asfissia, si dibattono ancora nella melma
che le ricopre come un sudario. Fulmini sempre più radi incrociano le
loro lame infuocate nel cielo in cui cominciano a baluginare i primi sentori
dell'alba. Tre cavalloni enormi, frutto di lontani rigurgiti, si abbattono
ancora sulla già provata stabilità degli edifici e strappano dai sostegni
precari i pochi che sono riusciti a trovare un appiglio sulla via del
loro supplizio. Inesorabile ed inarrestabile, la fiumara trascinerà il
suo carico di cadaveri, di carogne e di relitti di ogni genere verso il
mare, verso una comune tomba di fango. La campana del Convento del Cappuccini
comincia a spandere nell'aria liquida i suoi lugubri rintocchi di morte.
Ancora dieci minuti ed il sipario calerà sulla fulminea tragedia, lasciando
i superstiti sbigottiti e tremanti. Il dolore verrà dopo, quando si renderanno
conto del disastro che li ha colpiti negli affetti e negli averi; ed allora
le ultime gocce di pioggia si mescoleranno alle loro prime lagrime.
Giovanni
Modica Scala Tratto da "La grande alluvione" (op. cit.
pp.59-65)