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Notizie sul turismo per CAVA d'ISPICA
 

Da quando i primi inglesi coalizzati giunsero in Sicilia, dal periodo di Lord Brunswik ad oggi, essi si sono sempre comportati con quella classica galanteria che li distinse sotto gli abiti di Drake o Morgan; d'altra parte non è il caso di pensare che anche oggi possano comportarsi diversamente.
Un esempio di tale fatto è da noi la Cava d'Ispica.

Io non so fino a che punto sia stata rapinata, fugata, vuotata di ogni più intima suppelletile; so che tale rapina è stata precisa e deleteria, favorita dagli agricoli del tempo che frantumavano lapidi e scoprivano tombe per avere in cambio sterline più o meno sonanti.
Rimasta obliata da secoli questa zona archeologica offre ancora oggi un'avventura degna di rilievo a chi si reca a visitarla; addentrarsi nella lunga valle, penetrare nelle grotte, bagnarsi di sudore arrampicandosi su per i costoni di roccia, scoprire talvolta angoli sfuggiti all'attento ricercatore di un tempo è una fatica interessante, ma che purtroppo non attira più nessuno, molto meno il turista.

Il turista moderno unfatti, avendo superato lo stato algonkico del turismo Goethiano o Heiniano che si perdeva nelle campagneromane o in quelle siciliane, su imperve mulattiere, alla scoperta delle meraviglie classiche o di antica data, e andava a finire in un lercio fondaco o inuna locanda belga accettando la carezza deella servotta fiamminga, il turista moderno, ripeto, non ha più interesse per tale folklore del ramingo; semmai ne vuol sapere qualcosa legge i Viaggi o i Reiselbider. Per il resto egli vuole tutti i comodi a disposizione e si rifiuta di visitare Pantalica preferendo  il più accogliente asilo  dei reperti di scavo catalogati al museo di Siracusa, guidato magari nelle notizie con una certa approssimazione da parte di una guida ignorante con autorizzazione e stipendio del Ministero.

Ciò non toglie chela zona rimanga, esista; ed è una delle plaghe più interessanti della Sicilia, una delle stazioni archeologiche più suggestive, questa Cava d'Ispica, valle che si estende dal comune di Modica sino a quello di Ispica, lungo circa dodici chilometri, di cui dieci occupati un tempo da città e necropoli di uomini cavernicoli.

Comunemente la civiltà autoctona della nostra isola nel periodo anteriore alle colonizzazioni greche si suole denominare sicula, e va, secondo le ricerche dell'Orsi, dal secolo XXV al XV a. C.

I siculi provenivano dall'alto e medio Tirreno ed una volta superato il primo periodo di attività marinara e scorrerie marittime preferirono le stazioni interne, meno esposte ai pericoli di invasioni. Il fatto che il litorale della Sicilia meridionale fosse deficiente di approdi favorì senz'altro l'avventura verso l'interno; e i nostri progenitori vi trovarono sicurezza di vita e grandi possibilità di occupazioni agricole, pescatorie e venatorie.

Quello che inoltre dovette attirarli maggiormente fu, nientemeno, la grande quantità di abitazioni chela natura offriva nelle caverne naturali disseminate dovunque, e nell'abbondanza di acque che scorrevano nella vallata; poichè a quei tempi non era stata costituita ancora la Società Immobiliare gli uomini erano liberi di occuparle conle loro famiglie.

Naturalmente i nuclei vi si stabilirono abbastanza folti, come ci vien dimostrato dalle stazioni preistoriche del secolo XII in poi.

Quando giunsero, e per molto tempo ancora, quei siculi adoperarono come punte di frecce i denti di squali che abbondano nella pietra calcare del sollevamento ibleo; ma il benessere acquisito e uno sviluppo maggiore della loro civiltà li portò verso i metalli che acquistaronoquasi certo da marinai fenici. A valle della caverna del Salto infatti, sul letto del fiume Modicano, fu sulla fine del secolo scorsorinvenuto un interessante ripostiglio di bronzi siculi dell'undicesimo secolo a. C., attualmente conservati nella sala delle scienze dell'Istituto tecnico di Modica.

Il territorio della contea è ricchissimo di necropoli preelleniche. Non si è mai fatto o iniziato un lavoro di ricerche sistematiche, e perciò le dispersioni sono state innumeri. Le tracce però di tutta la civiltà sicula hanno tante sovrapposizioni e adattamenti, tanti rifacimenti e promiscuità, da indurre in errore la maggior parte degli studiosi. Così fino ai bizantini le caratteristiche grotte a forno di cui parleremo vennero ampliate o modificate, o adattati agli usi più vari della vita (quelle dette della Larderia a Cava d'Ispica sono appunto il risultato di tali ampliamenti). L'espliorazione inoltre di queste grotte ha portato alla scoperta di materiale risalente a secoli o età differenti.

Questa zona dovrebbe essere una Mecca per gli archeologi, una importantissima metà di turisti. Oltre alla bellezza dei luoghi, l'immensa quantità delle grotte, che si sgranano per la detta lunghezza di oltre dieci chilometri a destra e a sinistra, in una interrotta catena di antiche abitazioni, potrebbero, per quanto depauperate del materiale facile all'immediata esportazione, affrire sempre del nuovo ad unlavoro condotto con preparazione e coscienza. E di pochi giorni appena la scoperta nelle campagnedi Mineo, da parte dello studioso Prof. Barbagallo, di tombe che hanno suscitato l'interesse di tutti. E, come, sempre, questo sarebbe un incentivo all'immigrazione turistica.

Ma quei turisti che si avventurano lontani dalle rotte tradizionali venendo a finire, sperduti dal branco, nella nostra provincia, trovano notizia di Cava d'Ispica in un accenno di qualche baedeker; e non vi si avventurano, per non rischiare di far parte del materiale archeologico futuro.

Infatti non c'è strada vera e propria; e quando si è arrivati , bene o male, sul posto, si resta privi di qualunque indicazione e si deve andare a piedi, alla ventura chiedendo a qualche contadino di questo o di quel luogo.
Nessun viaggiatore, oggi, come si è detto, vuol fare il Bula Matari, Stanley lo spezzatore di rocce.

E' un vero peccato che tale richiamo, passibile di ottimi sfruttamenti, venga tralasciato da tutte le amministrazioni che si susseguono, e che ne parlano come di un sogno avventuristico, una possibilità di fantascienza.

Da oltre un secolo, con la pazienza e la tenacia, la Svizzera ha saputo fare del suo paese un centro mondiale di attrazione, sfruttando elementi naturali che non mancano davvero, in molte parti del globo. noi invece creiamo, difficoltà, sognando tuttavia l'avvento di turisti a frotte, protesi sulle nostre rocce, uccelli del nord addirittura avventati a depositare sui nostri campi il guano delle sterline, dei franchi svizzeri, delle corone dei dollari.

Tutto questo è naturalmente impossibile essendo ogni conquista un lavoro lento di tecnici, di studiosi, tutta una preparazione che deve attuare un programma ben definito. Il Signor Smith o il Signor Brown, il Signor Mc Millan che parte col binocolo e la macchina fotografica a tracolla dal villaggio della natìa Scozia, seguito a ruota dalla legnosa moglie e dalla bitorzoluta figlia, ha bisogno di essere assicurato di sopravvicere all'avventura. E nessuno di noi dà tale assicurazione.

Chi è stato una volta a Cava d'Ispica sa quale profonda suggestione suscita. Le caverne, formanti una gigantesca stazione trogloditica sicula, unica dal punto di vista paleontologico ed archeologico, malgrado somiglino a quelle di Palazzolo e di Pantalica, ed abbiamo grandi affinità con quelle dell'Asia Minore, fanno definire Ispica una meraviglia. Rimontano a varie epoche della più raffinata civiltà fino adattamenti ultimi del periodo bizantino, onde nonpossono ridursi ad un tipo unico e regolare anche perchè ad origine furono scavate per diversi usi.

Entrando direttamente nel campo della loro storia possiamo affermare che il tipo costante che ci si offre è quello delle sepolture o grotte a forno, rappresentano meno a Modica, largamente a Scicli, a Ragusa, a Chiaramonte. Le moltissime grotte di cava d'Ispica, a forno e non a forno, a più filari ed ordini, si inseguono in ininterrotta serie; notevole è la Larderia, che non è a forno e comprende tre gallerie. ma si ritiene sia una necropoli del IV secolo. Una di questa gallerie è detta del cavallo per l'incisione sulla roccia di un cavallo acefalo.
Come potrebbe descriversi da parte del visitatore una visita in questa zona?

Il sole che piomba senza riparo sulla nuda roccia e non risparmia certo l'incauto studioso, nessuna guida, nessun indirizzo, rovi e sterpi, muri di campagna, porte chiuse di contadini che sbarrano gli ingressi a molte caverne utilizzandone a fini personali come stalle e concimaie.

Di fronte a tanta storia silenziosa, rotta dal gorgoglìo del fiume o dallo stormire delle fronde, o dal frinire di una cicala che si accoda al canto degli uccelli, meglio vale ritornare indietro per leggere su qualche vecchio testo le notizie scritte al riguardo un tempo.
Ma chi fa pazienza, e forza, scendendo lungo il Busaitone, appare la Spezieria, dalle pareti scavate a guisa di scaffali, donde il nome, divisa in due sezioni.

Poi, il notenole gruppo delle grotte di Santa Maria, dalla chiesa di tal nome oggi nonpiù esistente. E quindi un'altra necropoli cristiana, il camposanto, di due sezioni per un totala di sessanta tombe.
Più giù a valle il Castello: è fatto di un gruppo di celle e stanze incavate in una rupe a picco. Sembra inaccessibile e pare che sino al medioevo sia stato usato ad abitazione. Cos', avanti fra rocce e campi coltivati, si giunge a un'altra rupe sforacchiata, sembra che l'abbiano centrata con un immenso calibro dodici caricato a pallini; è la capreria.

Poi ancora il Palazzo e la grotta del vento. Quest'ultima sembra a prima vista non offrir nulla tranne la sua ampiezza, ma attraverso una breve fessura in fondo si penetra sempre più nell'interno della montagna, in una ricerca speleologica che potrebbe essere di grande interesse. Ci si addentra per una via budellare, non tanto per la picciolezza della grotta stessa, ma in quanto il corridoio nei millenni si è sollevato quasi al tetto per gli scoli cretacei; più oltre ancora infatti il paesaggio è quasi otturato. Noi sconosciamo cosa ci sia più in là.

E ben chiaro che molte di queste grotte sono naturali ed adattati nei secoli passati; in quelle alte si accedeva per mezzo di funi o pertiche che, una volta ritirate, davano ai suoi abitatori la massima garanzia di immunità dagli assalti delle fiere e dei nemici, nonchè dei creditori.
E nelle grotte che servirono di abitazioni si trovano canali per lo scolo delle zcque, truogoli, lettiere e nicchie, altre comodità accessorie che rivelano una vita avente un certo grado di evoluzione. Forse alcune di queste caverne furono retrostanze di veri e propri edifizi in legno, quasi palafitticoli sospesi, oggi naturalmente scomparsi.

Nelle grotte a forno adibite a cimitero invece si nota all'ingresso un incastro e due fori laterali, che servivano all'asta orizzontale con la quale veniva assicurato il coperchio: una specie di paletto o stanza, "u puntiddu". Ce ne sono consimili dall'epoca etrusca a Corneto Tarquinia, ma sovratutto se ne scoprono a Malta, onde accennano ad una civiltà trogloditica mediterranea che si perde negli evi lontani.

Le più antiche sepolture sono a pareti rotonde, ma nel suolo, in un angolo, c'è quasi sempre una piccola elevazione, quasi a guanciale.
Vi si sono scoperti scheletri col capo adagiato; contadini già vecchi nella mia infanzia, parlavano di avere rinvenuto dentro e fuori del sepolcro rozze stoviglie. Di questi se ne trovano con disegni geometrici.

Ed era infatti una immensa miniera archeologica ancora cento anni fa la Cava d'Ispica, prima che i vandali la depauperassero; ma ciò non toglie che essi si siano fermati alle grotte più facili a depredare. Chè se oggi al visitatore essa può sembrare addirittura spoglia di qualunque traccia di materiale, certamente nonè così, trattandosi di migliaia e migliaia di vani, spesso inaccessibili, disseminati in una vallata lunga dodici chilometri.

Una vastissima città trogloditica dunque, che dovette avere un rilevante numero di abitanti, difesi dagli attacchi di zattere, piroghe o barche dei primi popoli immigranti o scorridori, trovandosi a sei e otto chilometri dal mare. L'Irminio era navigabile per buona parte del suo corso, ma il fiume modicano, il Busaitone, no, non sbocca nemmeno in mare e come un fiume africano si perde fra le rocce e la sabbia.

Profonde e gigantesche città, con le rispettive necropoli, esse ci lasciano sbigottiti con le vestigia di un passato lungo durante il quale generazioni di nostri progenitori vissero la loro esistenza, cacciarono il loro cibo, difesero, proiettandosi verso noi, postrema parte di quell'epoca.
E questo dimostra come l'estrema plagameridionale della Siailia abbia manifestato unagrande attività nella protostoria dell'umanità fino all'immigrazione greca.

Tuttavia, malgrado di consimili stazioni la rimanente Sicilia abbondi, queste del territorio della contea di Modica sono le più interessanti; e con un adeguato lavoro, un'adeguata organizzazione, un'efficiente e comoda rete stradale, potrebbero convogliare masse rilevanti di turisti, attratti dal luogo e dal clima, dalla storia, dal paesaggio.

Nonè su queste colonne che possiamo ancora dilungarci trattando il problema al riguardo, vogliamo solo affermare che il turismo da noi non è un'utopia, ma con buona volontà sarebbe attuabile, magari fra anni, che non siano però quelli intercorsi dalla protostoria ad oggi.
Buona volontà ed uomini capaci ed amanti del proprio paese. Ancora perciò, attraverso questa breve notizia, li invitiamo a collaborare per aiutare la nostra provincia, senza antagonismi efuori dai campanilisli. E questo invito, lontano da ideologie politiche, ma nel comune interesse, io lo rivolgo ora anche a Dionisio, non il vecchio tiranno di Siracusa, ma il nuovo senatore di Ispica, la vecchia Spaccaforno, che ha ripreso il suo nome di Ispica Fundus, dove appubto da Modica confluisce e termina la Cava d'Ispica. O da dove incomincia, invece, per giungere fino a Modica.

RAFFAELE POIDOMANI

 

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