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O
Musa,
o tu che reggi dei poeti
la penna, e degli istrioni il canto e il suono,
tu banchetti e feste rendi lieti,
sappimi compatire e dà perdono
a me, se ho pretension che gli altri allieti,
io che poeta nè istrione sono.
Reggi la penna mia con ferma mano
e fa che almeno non t'invochi invano.
E parlerò
di Giove e di Giunone,
e degli dei che a loro fan corona,
di Venere dirò, del biondo adone e del figlio di Giove e di Latona.
Dell'Olimpo l'aerea visione
a parlare e descrivere mi sprona,
nè te mi scorderò, Musa sublime
che m'aiutasti a fare queste rime.
Pei corridoi,
per l'aule spaziose,
irradiati dal sol d'ottobre lieto,
vengono e vanno deità gioiose,
parlan tra loro con murmure discreto.
E ripassan tra loro mille cose,
ricordan dell'estate il viver lieto,
come s'avanzi torbido brumale,
i miei Dei della classe liceale.
Torbido Giove
Ammone sta nel nero
ed ondeggiante suo paludamento,
dalle sue cigliachine va il severo
guardo ad errar sul nero pavimento.
Simbolo della forza e dell'Impero,
il fulmine le vesti va lambendo.
E' il capo degli Dei; spira corruccio,
ed il suo nome suona: Giorgio Muccio.
O d'Olimpo sovrana
alta e potente,
Signorina d'Inglese, Ella nomata,
che i meandri conosci della mente
del capo tuo, ver te vela beata
la strofa mia, ti sfiora lievemente,
lodando quella tua bellezza alata,
ma poi si ferma al naso, e piange mesta
tanta rovina, al viso sì funesta.
Oh, la grande
figura austera e bella!
Bello come un bel Dio, solenne incede,
Apollo altero, il Divo Cataudella.
Ognun, lo guarda, ognun lo ammira e vede
colar dalle sua labbra (Dulcia mella)
il Greco, ove la scienza sua risiede.
Salve, o Quintino, salve! A noi primiero,
svelasti la canzon del Cieco Omero.
La figlia della
notte anguicrinita
passeggia e stride dal suo verso strano,
degli animali ci sa dir la vita,
e a fondo sa spiegar l'essere umano.
A vicenda ciascun se l'addita;
ulula dessa, ed ululano invano
sen va pei banchi come furia orrenda,
Eumenide terribile e tremenda.
O studente, o
mio pallido compagno,
che vai sotto il dominio degli Dei,
io piango teco, e pur con te mi lagno
d'avere dei padroni sì gravi e rei.
E sovrasta ai padroni un più grifagno,
di cui pur dianzi la nozion ti dei.
Pallido mio compagno, orsù, piangiamo,
nel comune dolor, lena ci diamo.
Quell'ascoltare
in compagnia seduti,
come convalescenti d'ospedale,
quell'immobilità, lo stare muti
a sentire parlare d'animali,
di scienze filosofiche imbevuti,
dottrinati in latino ed altri mali,
e il sole fuor che ride alla Natura...
O mio compagno non mi far paura.
Ridi invece con
me; passaci sopra
a tutte questa ubbie da funerale.
Fà che un denso vel nero ci ricopra
e fughi la mestizia che ci assale.
Beviamo! Forse il vino a ben s'adopra
a far svanire a noi qualsiasi male.
Qui, Ganimede, degli Dei coppiere!
don Mauro, portaci da bere!
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A
te che a bene vivere c'insegni
laude sia, Professor d'Economia.
I misteriosi spiegaci congegni
di ciò ch'é oscuro a noi: filosofia.
Raccontaci il cader dei vari Regni
e il salire degli altri in Signoria,
e cerca di studiarli un pò con noi
o ritorna a guidar i patri buoi.
E
ora invoco te, lungo Morfeo,
O Dio del sonno dal parlar pacato.
Seguace in scienza a Claudio Tolomeo,
e dalla Musa Urania ammaestrato.
Quando tu spieghi un teorema, o Deo,
fai cader chi t'ascolta addormentato.
Errano i segni e le figure liete
attorno a le tranquille acque del Lete.
Salute,
o tu che passi, Eolo solenne,
Dio padrone dei venti, e tu pur vento!
La tua vacuità non mi trattenne
dal cantar il tuo pallido talento
che anzi lietamente mi sostenne
e mi aiutò a lodare in questo accento
quella vuota montagna, ove risiede
il tuo pensiero e il tuo comando ha regno.
E
Ganimede giunge lievemente
e ci porta, per bere, reo veleno.
C'invita a bere l'aria, risolente,
dell'aula, di respinger satura appieno.
Viene di dentro lo spiegar stridente
della Furia, ch'ha il cor di bile pieno.
Don Mauro, coppier, sorride ancora,
e aspetta, per suonar, che scocchi l'ora.
E
noi s'attende ch'entri il Dio Amore
superbo, e della sua bellezza vano,
Cupido, perché scocchi a noi nel core
la freccia dell'amor per l'italiano.
Solo perché sei bravo professore
tu puoi, tanto, o mio bel Nello Toscano.
Facci errar nell'Inferno e in Paradiso
e di Laura ricantaci il bel viso.
Calliope
t'é maestra, Erato e Clio,
t'han pure addottorato; insegni l'arte
che fu nei tempi andati, o biondo Iddio.
Sempre a lottar con le stampate carte
e a scrivere e a parlar ti vid'io.
Il verso move pieno e si diparte
dalla penna, vorrebbe te lodare,
Ciaceri buono, e non può far che amare.
Quando
l'agili dita la tastiera
toccan del piano, un'armonia si sente
di note che van su, fuggono a schiera
si perdon, vanno al cuor soavemente.
Ora sembran campane in su la sera,
ora paiono un murmure silente.
Poi tacciono; e di nuovo in altri aspetti
s'innalzan, vera ridda di folletti.
L'anima
ascolta attenta e disiosa
d'udire ancora; van le note piane,
la musica si spande ora angosciosa,
ora col suono d'armonie lontane.
L'anima sogna; e sogna radiosa
visioni belle di bellezze arcane;
crede d'esser lassù, nei campi Elisi;
canti di fate e pallidi sorrisi.
Cos'hai
compagno? sogni. Non più scuole
non più stanze affocate di calura,
in alto in mezzo al cielo ride il Sole
al Maggio, a tra le piante alla Natura.
E rinascono i fiori in tra le aiuole,
e rifiorisce attorno alla verzura.
Di rose in ciel s'allarga una corona...
E' il Professore Ciaceri che suona.
Ma
svegliati compagno. Tu non puoi,
come vorrebbe il cuore tuo, sognare.
Già l'Olimpo si muove; e già gli eroi
pensano a quel che debbono spiegare.
Ecco Floridia e Ferla, tu non vuoi,
preferiresti ancor tra i sogni errare.
Ma non devi compagno; e se c'invita
colla
sua cruda realtà la vita.
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