Raffaele Poidomani
Nell'Olimpo Liceale
Contea di Modica
Nell'olimpo liceale

POETA SATIRICO (INCOMPRESO) A SEDICI ANNI


Raffaele Poidomani aveva 16 anni. Era al ginnasio - liceo di Modica. Come era nel suo carattere osservava tutto e tutti. Un giorno scrisse un poemetto, "Nell'olimpo liceale", nel quale si divertì a mettere in burletta i professori, i bidelli, un pò tutti, rivelando anche qualche piccola, innocente tresca fra una professoressa e, si pensa , il preside di allora che era un sacerdote. Era niente di più che una simpatia platonica che oggi farebbe sorridere ma che allora era vista in ben altro modo. Pur avendo usato nel poemetto i nomi dei vari dei, é chiaro che i personaggi raffigurati erano riconoscibilissimi: Ad esempio, parla con molta stima di Quintino Cataudella, mentre ad un altro professore consiglia di tornare a guidare i patri buoi. Un suo zio, entusiasta, decise di pubblicarlo e lo fece a sue spese, di nascosto dal padre di Raffaele, il professor Aristide, che era molto severo ed estremamente rispettoso nei confronti della scuola, anche perchè era anche lui un insegnante. Il libretto fece il giro di Modica e tutto il corpo insegnante si vide messo in ridicolo e reagì come un corpo insegnante poteva reagire allora: Raffaele fu espulso da tutti i licei del Regno per indisciplina. Gli esami di licenza liceale infatti dovette sostenerli come privatista.

O Musa, o tu che reggi dei poeti
la penna, e degli istrioni il canto e il suono,
tu banchetti e feste rendi lieti,
sappimi compatire e dà perdono
a me, se ho pretension che gli altri allieti,
io che poeta nè istrione sono.
Reggi la penna mia con ferma mano
e fa che almeno non t'invochi invano.

E parlerò di Giove e di Giunone,
e degli dei che a loro fan corona,
di Venere dirò, del biondo adone e del figlio di Giove e di Latona.
Dell'Olimpo l'aerea visione
a parlare e descrivere mi sprona,
nè te mi scorderò, Musa sublime
che m'aiutasti a fare queste rime.

Pei corridoi, per l'aule spaziose,
irradiati dal sol d'ottobre lieto,
vengono e vanno deità gioiose,
parlan tra loro con murmure discreto.
E ripassan tra loro mille cose,
ricordan dell'estate il viver lieto,
come s'avanzi torbido brumale,
i miei Dei della classe liceale.

Torbido Giove Ammone sta nel nero
ed ondeggiante suo paludamento,
dalle sue cigliachine va il severo
guardo ad errar sul nero pavimento.
Simbolo della forza e dell'Impero,
il fulmine le vesti va lambendo.
E' il capo degli Dei; spira corruccio,
ed il suo nome suona: Giorgio Muccio.

O d'Olimpo sovrana alta e potente,
Signorina d'Inglese, Ella nomata,
che i meandri conosci della mente
del capo tuo, ver te vela beata
la strofa mia, ti sfiora lievemente,
lodando quella tua bellezza alata,
ma poi si ferma al naso, e piange mesta
tanta rovina, al viso sì funesta.

Oh, la grande figura austera e bella!
Bello come un bel Dio, solenne incede,
Apollo altero, il Divo Cataudella.
Ognun, lo guarda, ognun lo ammira e vede
colar dalle sua labbra (Dulcia mella)
il Greco, ove la scienza sua risiede.
Salve, o Quintino, salve! A noi primiero,
svelasti la canzon del Cieco Omero.

La figlia della notte anguicrinita
passeggia e stride dal suo verso strano,
degli animali ci sa dir la vita,
e a fondo sa spiegar l'essere umano.
A vicenda ciascun se l'addita;
ulula dessa, ed ululano invano
sen va pei banchi come furia orrenda,
Eumenide terribile e tremenda.

O studente, o mio pallido compagno,
che vai sotto il dominio degli Dei,
io piango teco, e pur con te mi lagno
d'avere dei padroni sì gravi e rei.
E sovrasta ai padroni un più grifagno,
di cui pur dianzi la nozion ti dei.
Pallido mio compagno, orsù, piangiamo,
nel comune dolor, lena ci diamo.

Quell'ascoltare in compagnia seduti,
come convalescenti d'ospedale,
quell'immobilità, lo stare muti
a sentire parlare d'animali,
di scienze filosofiche imbevuti,
dottrinati in latino ed altri mali,
e il sole fuor che ride alla Natura...
O mio compagno non mi far paura.

Ridi invece con me; passaci sopra
a tutte questa ubbie da funerale.
Fà che un denso vel nero ci ricopra
e fughi la mestizia che ci assale.
Beviamo! Forse il vino a ben s'adopra
a far svanire a noi qualsiasi male.
Qui, Ganimede, degli Dei coppiere!
don Mauro, portaci da bere!

A te che a bene vivere c'insegni
laude sia, Professor d'Economia.

I misteriosi spiegaci congegni

di ciò ch'é oscuro a noi: filosofia.

Raccontaci il cader dei vari Regni

e il salire degli altri in Signoria,

e cerca di studiarli un pò con noi

o ritorna a guidar i patri buoi.

E ora invoco te, lungo Morfeo,
O Dio del sonno dal parlar pacato.

Seguace in scienza a Claudio Tolomeo,

e dalla Musa Urania ammaestrato.

Quando tu spieghi un teorema, o Deo,

fai cader chi t'ascolta addormentato.

Errano i segni e le figure liete

attorno a le tranquille acque del Lete.

Salute, o tu che passi, Eolo solenne,
Dio padrone dei venti, e tu pur vento!

La tua vacuità non mi trattenne

dal cantar il tuo pallido talento

che anzi lietamente mi sostenne

e mi aiutò a lodare in questo accento

quella vuota montagna, ove risiede

il tuo pensiero e il tuo comando ha regno.

E Ganimede giunge lievemente
e ci porta, per bere, reo veleno.

C'invita a bere l'aria, risolente,

dell'aula, di respinger satura appieno.

Viene di dentro lo spiegar stridente

della Furia, ch'ha il cor di bile pieno.

Don Mauro, coppier, sorride ancora,

e aspetta, per suonar, che scocchi l'ora.

E noi s'attende ch'entri il Dio Amore
superbo, e della sua bellezza vano,

Cupido, perché scocchi a noi nel core

la freccia dell'amor per l'italiano.

Solo perché sei bravo professore

tu puoi, tanto, o mio bel Nello Toscano.

Facci errar nell'Inferno e in Paradiso

e di Laura ricantaci il bel viso.

Calliope t'é maestra, Erato e Clio,
t'han pure addottorato; insegni l'arte

che fu nei tempi andati, o biondo Iddio.

Sempre a lottar con le stampate carte

e a scrivere e a parlar ti vid'io.

Il verso move pieno e si diparte

dalla penna, vorrebbe te lodare,

Ciaceri buono, e non può far che amare.

Quando l'agili dita la tastiera
toccan del piano, un'armonia si sente

di note che van su, fuggono a schiera

si perdon, vanno al cuor soavemente.

Ora sembran campane in su la sera,

ora paiono un murmure silente.

Poi tacciono; e di nuovo in altri aspetti

s'innalzan, vera ridda di folletti.

L'anima ascolta attenta e disiosa
d'udire ancora; van le note piane,

la musica si spande ora angosciosa,

ora col suono d'armonie lontane.

L'anima sogna; e sogna radiosa

visioni belle di bellezze arcane;

crede d'esser lassù, nei campi Elisi;

canti di fate e pallidi sorrisi.

Cos'hai compagno? sogni. Non più scuole
non più stanze affocate di calura,

in alto in mezzo al cielo ride il Sole

al Maggio, a tra le piante alla Natura.

E rinascono i fiori in tra le aiuole,

e rifiorisce attorno alla verzura.

Di rose in ciel s'allarga una corona...

E' il Professore Ciaceri che suona.

Ma svegliati compagno. Tu non puoi,
come vorrebbe il cuore tuo, sognare.

Già l'Olimpo si muove; e già gli eroi

pensano a quel che debbono spiegare.

Ecco Floridia e Ferla, tu non vuoi,

preferiresti ancor tra i sogni errare.

Ma non devi compagno; e se c'invita

colla sua cruda realtà la vita.

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