Raffaele Poidomani
OPERE/CARRUBE
Il sito ufficiale di Raffaele Poidomani
Contea di Modica

Prefazione a Carrube e Cavalieri
di Brunello Vandano

Dolore e morte in Sicilia
di Franco A. Belgiorno
 
BRUNELLO VANDANO dalla prefazione della IIa edizione

Affermo che Raffaele Poidomani è uno dei pochissimi narratori autentici che abbiamo in  Italia. E mi spiego. L’operazione artistica consiste nel riempire un vuoto. L’artista ha una visione del mondo, da esprimere: e va bene. Ma nell’istante in cui si mette all’opera, si trova di fronte un vuoto. Deve introdurre nel tessuto della realtà qualcosa che prima non c’era, e questa novità da inserire presuppone logicamente un vuoto.
1a edizioneChiunque abbia operato artisticamente conosce il momento di vertigine del vuoto che coincide con l’inizio dell’espressione. Ora, la più semplice e diretta misura della potenza narrativa, sta nella capacità dell’autore di colmare il vuoto con materia(personaggi, eventi, paesaggi, concetti, immagini). Se l’operatore non è un narratore genuino, il vuoto non sarà mai esaurito, per quanto numerosi e fitti siano gli elementi che vi si ammassino dentro; i frammenti di materia resteranno sospesi in una sorta di etere, e l’effetto sarà l’irrealtà, nel senso della constatazione di una cosa “non creata”, insomma di velleitarietà e futilità. Se lo è, il vuoto sarà interamente popolato, sarà un solido: realtà nuova, cosa creata.
Carrube e Cavalieri”, fin dal primo periodare, ampio e semplice, rapido ma senza fretta, stipato di notazioni ma senza grovigli, dà il senso gioioso e magico della presenza di una popolazione, di un vuoto e un’immobilità divenuti spazio e tempo, cioè cose ed eventi.
Ma qual’è in Poidomani, l’oggetto del racconto? Un oggetto che, come in tutti gli scrittori di alto livello, è in due strati, che potremmo chiamare un contenuto e un supercontenuto.
Il contenuto, in “Carrube e Cavalieri” come nelle altre opere di Poidomani, è la storia di una famiglia siciliana a cavallo tra la nobiltà e la borghesia, come tra la città e la campagna. Questa tematica a prima vista tradizionale, è resa insolita da una tonalità di base che accompagna il suo dipanarsi, cioè da una nostalgia di timbro particolare. Qui non è il passato presupposto della nostalgia, ma il contrario. Non è l’essere trascorse, il non esistere più delle cose, che produce la nostalgia, bensì la nostalgia che rende passate le cose, soffonde di passato anche le situazioni presenti. Nel mondo di Poidomani tutto è passato. Alcuni (intensi) brani descritti di Carrube e Cavalieri” sono riferiti a situazioni trascorse, ma non appartengono per loro natura al passato, in quanto le cose rappresentate potrebbero benissimo sussistere nel presente.
E’ la nostalgia che le avviluppa, a proiettarle nel tempo perduto, a farle passate. Sicché nella rappresentazione di Poidomani, il presente non esiste. Tutto ciò che si crede presente è già morto; e questa è la chiave della tristezza umana.
Il supercontenuto, in Poidomani, è la condizione stessa del narratore, di chiunque racconti qualcosa, dell’uomo che racconta. Il narratore, in quanto tale, ha colmato un vuoto. Ma tutto ciò di cui lo ha riempito è immerso nel tempo, condannato al mutamento e alla consumazione, sicché raccontare è alludere di continuo alla morte. Tuttavia chi narra, a  differenza di chi vive, ha uno strumento per trionfare sulla morte. Può intridere il racconto con la presenza di un “io” narratore che accompagna sempre gli eventi rappresentati, registratore, sì, ma non partecipe del loro tempo, difeso quindi da un’illusione di eternità. Certo, anche il narratore ha un suo tempo, anch'egli è effimero. Ma il suo tempo non è detto: basta non dirlo, ignorarlo. Così, il narratore è un uomo che si sottrae al tempo raccontando.
E qual’è la ricetta, l’incantesimo che consente allo scrittore di affiancarsi al tempo delle cose raccontate senza scivolare nel suo flusso, come uno che segna la corrente di un fiume camminando sulla sponda? Occorre, evidentemente, uno spessore che distacchi il tempo del narratore da quello del narrato, uno smalto impermeabilizzante. Questo è l’umorismo, o meglio uno spirito di tono particolare che costituisce la cifra della scrittura di Poidomani. Un umorismo che non è fine a se stesso, non è inteso a divertire l’autore e il lettore, ma ha funzione immunizzante. Da che cosa? L’ho già detto: dal tempo, quindi dalla morte. E’ lo stesso genere di riso e di sorriso che troveremo poco più tardi (la prima edizione di Carrube e Cavalieri è del 1954) ne il “Gattopardo” del Tomasi di Lampedusa. Sennonché questo incantesimo mediante il quale lo scrittore si estrania dal mutamento e dalla fine delle cose, implica il prendere atto istante per istante della morte: è trionfo sulla morte, e insieme trionfo della morte. Da ciò la tristezza di questo libro lieto, la pietà di questi racconti beffardi. “Carrube e Cavalieri” è un testo bifronte, enigmatico e struggente, com’è sempre la vera poesia.

Dolore e morte in Sicilia

Per dirla con Brunello Vandano, Poidomani fu “ uno dei pochissimi narratori autentici che abbiamo in  Italia”. Il giudizio potrà sembrare esagerato, dettato dall’emozione che uno scrittore del nord riceve alla lettura di Carube e Cavalieri, ma se Poidomani restò legato a un tipo di narrazione regionalistica, che poi è l’eterno problema di molti siciliani, da Emanuele Navarro a Pirandello e forse anche Sciascia, non si può negare che in certe sue pagine- e sono parecchie- il senso del dolore e della morte è  quello del narratore di razza, di chi scruta non soltanto in una Sicilia che è particolarmente un mondo esasperato di sentimenti, ma dentro allo stesso uomo.
Un dolore che è scontato fin dalla partenza come inevitabile frutto di un fatalismo pietrificato, si avverte persino nelle creature più piccole, persino nelle cose. Quest’analisi acutissima di un universo in miniatura che si screpola nel moto perpetuo di atti e fatti che da sempre si ripetono, dà posto solo ai ricordi anch'essi corrosi dal tarlo invisibile della morte, è così chiara, così penetrante, che fa di questa prosa qualcosa che va la di là del mondo siciliano stesso. L’appicicato respiro del tempo diventa lo scandire del destino e Poidomani analizza le sue creature come se appunto esse facessero parte di un ciclo; molte figure dei suoi racconti si concludono, perdono la loro efficacia, si afflosciano, si seccano, si polverizzano come piante. La Sicilia calda delle interminabili estati, la Sicilia tragica della miseria che coesiste con la ricchezza, diventa in lui una sorta di scatola cinese che come sfogo ha la morte, unica liberazione dalla prigione meridionale di un mondo senza illusioni. 
Per questo Poidomani, quando non fa umorismo o si perde nelle affascinanti alchimie delle sue parole, pone l’uomo in un ciclo già previsto, dilatandone il suo dolore fino a portarlo ai confini pirandelliani della commedia- tragedia, e in questo senso si sembra narratore grandissimo.
Dicevamo che l’uomo si conclude, trova nella sua morte la sua posizione più precisa, e non a caso nella maggior parte dei suoi racconti Poidomani non salva nessuno, dal Marchese Burgio che viene trattato da spendaccione fino alla morte dovuta a stenti (Il biscotto di legno), a quel farmacista Giulio “che aveva sentito sempre dentro di se questo soffio irrompente, un afflatus di arte che  domandava di uscire dalla dura prigione del quotidiano andazzo” e che dopo avere scritto necrologi per mezza Modica se ne va al cimitero senza che nessuno spenda due parole per lui. (LA fine di un grande).
Qui non c’è bisogno di molta immaginazione. Anche Poidomani se ne è andato allo stesso modo, molto peggio forse!

Carrube e Cavalieri

  “Verso la fine del 1700 in seguito alla morte del dottor Don Giovanni Castagna, avvocato fiscale della Gran Corte di Modica, Giudice della medesima e Intendente delle Regie Trazzere, la sua casa di Modica Alta era passata alla figlia legittima, moglie di Giuseppe Moncada Nicastro del Lago”.
Questo è l’inizio di Carrube e Cavalieri , dove l’apertura da “storie” del La Lumia niente altro rappresenta che una specie di introito che Poidomani amò moltissimo. Ciò era il frutto di un suo spulciare continuamente fra documenti antichi, il servirsene per decifrare parte della storia di Modica. Questa sua natura di ricercatore, di paleologo del ricordo, rappresentò quasi il feticista bisogno di perdersi nelle carte ingiallite di un mondo scomparso, che con il destino si era messo in pace.
E pare che il libro nasca dalla carta ingiallita; l’enumerazione dei suoi parenti, dei loro titoli, dei pomposi incarichi (tutto in masciuscole, si badi, come dei documenti antichi appunto !) è ad un tempo la parodia amara del dramatis personae come l’autore stesso segnala a capo del libro, ma esprime anche, e vi si avverte, la profonda tristezza per un mondo che definitivamente è stato inghiottito dall’oblio e che dall’incommensurabile distanza dove è stato scaraventato non potrà più ritornare indietro. Poi fra questi nomi che suonano lontano, anagraficamente incartapecoriti nella loro calligrafia di ignoti amanuensi, ne spunta uno inatteso, quello di Cesare Luigi Moncada, suo nonno, che era "“spontaneamente l’uomo più semplice della terra, nato a Modica, andato a Siracusa a fare il soldato, tornato a Modica e basta”.
Di questo personaggio prigioniero della cinta daziaria della sua città – destino, seppure sereno, uomo felice che non avverte ontologicamente come il Salinas di Lampedusa il disintegrarsi di un mondo amato, nasce tutto il libro una sorta di romanzo che altro non è che una serie di avvenimenti, di quadri, di “teatro” come questa parola veniva usata nel ‘600, e che indica l’esposizione di qualcosa secondo la comparsa di personaggi in una particolare geografia.
Il comune denominatore – e qui l’allusione al Gattopardo può nascere – è una famiglia nobile.2a Edizione Il problema di questo libro rimane quindi, al principio, quello di svilupparsi secondo una falsariga biografica che al romanzo non si addice,  solo che Poidomani fa della materia che scrive spumeggiante narrazione e se la sua provenienza è diversa da quella di Tomasi di Lampedusa, il cui eroe scruta nel cielo e nelle gazzette di Parigi il destino della Sicilia, il suo Cesare Luigi Moncada ha il viso del farmacista, del marchese Burgio, di don Sariddo. E’ la vittima dolce e semplice di un ciclo, l’ antieroe siciliano che ha bisogno di vivere fra la sua famiglia, nella sua gabbia.
Egli si muove però, come l’illustre principe lampedusiano, in una Sicilia quasi uguale, mitica e tragica, bellissima e immutabile nell’alternarsi del suo destino. Se quindi se assolutamente si vuole parlare di Gattopardo – e non so chi glielo abbia affidato per primo a Poidomani questo pesante fardello di antesignano – forse dobbiamo limitarci al “teatro”  che appunto si riscontra nel suo libro, nel modo cioè di come certi avvenimenti si svolgono fino alla fine (stupendo il matrimonio della zia Maria).
Ed ogni cosa resta al suo posto, tutto si avvia verso il destino prestabilito. I fiori avvizziti, i resti della stagnola sono le prime misere cose che sanno di morte. Il resto verrà, si avverte già nella conclusione. Ed è strano, profetico ed emblematico, il fatto che Carrube e cavalieri termini con la stessa parola, polvere, che compare alla fine del Gattopardo.
Poidomani: Le battè una mano sulla spalla, e con l’altra si pulì gli occhi. – Quanta polvere hanno fatto questi porci uscendo – disse.
Lampedusa: Mentre la carcassa veniva trascinata, via.... poi tutto trovò pace in un mucchietto di polvere livida.
Non a caso due mondi, due scatole cinesi l’una nell’altra, lasciano una traccia unica, la polvere. Tutto è stato fatto, tutto è diventato l’inutilità della vita.
Ora un uomo che scrisse pagine indimenticabili si è disgregato come una cometa che ritrova la primitiva pace in seno all’universo che l’ha prodotta.
Quel “Ciano dei ceci” che ha accolto Poidomani, assieme ad altri tre o quattro modicani che si consumarono nella “weltschmerz” di una città dormitorio, è diventato per lui il luogo dove il dare l’avere si pareggiano, dove la ben misera somma della gioia e del dolore si fa l’utile guadagno della memoria.
E ciò, siamo convinti, gli basterà, perchè molti di quelli che maggiori onori da Modica hanno ottenuto, di questo misero guadagno, di questa “eredità di affetti”, non avranno nemmeno una briciola.
Esistenzialmente ambiguo come un personaggio beckettiano, Raffaele Poidomani forse ha avuto il tempo di rivedere la sua vita lungo la sua agonia civile, rivivendo ad un tempo la sua storia di artista e di uomo, calandosi alla fine in uno strato di memorie felici, liberandosi egli stesso dal peso della ingratitudine e dell’oblio.
 


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