...L'opera,
preziosamente stampata da Electa, s'intitola "La
contea di Modica" e mi chiama in causa con voce
familiare. La contea di Modica è il nome storico
della provincia dove sono nato e vivo, che è
quella di Ragusa, la più meridionale d'Italia,
con i fari delle sue coste rivolti a cercare l'Africa,
dietro il breve braccio di mare, là dove sunt
leones e se ne sente quasi il ruggito. Una provincia
che gli altri siciliani chiamano "babba" con
un sorriso. "Babba" vuol dire bonaria, innocente,
ed è epiteto meritato, se è vero che qui
negli ultimi dieci anni il numero dei morti ammazzati
è vergognosamente basso, rispetto a qualunque
altro sito dell'isola. Di questa possibile Arcadia (almeno
prima dei Cruise), santuario artigiano e rurale di saviezza,
misura e fantasia, triangolo di luce-greca, assediato
dalla pece levantina e cartaginese, le 116 fotografie
del libro ripetono memorie, allegrie, lutti, giochi,
arie di vita. Sono le stesse arie che io ho respirato
e respiro, eppure quante novità m'insegna, sulla
soglia, il saggio di Sciascia, con quella sua eroica
magrezza di stile, e l'affabulante procedere per guadagni
minuscoli e decisivi, fino a raggiungere l'osso delle
cose, da inquisitore paziente, che fa cantare i documenti
come brigatisti pentiti. E quanto altro imparo dai fotogrammi
fulminei che Leone ha saputo strappare al mobile carosello
dell esistente, conferendogli stemma di verità.
Alcune immagini sono memorabili: di un giocatore di
fiera davanti a una platea di bambini diffidenti, ingordi,
ipnotizzati, il quale, mentre agita i bussolotti nel
pugno, abbassa volpinamente sugli occhi le palpebre;
di ragazzi che s'inseguono lungo le scale d una chiesa,
e l'obbiettivo li atteggia in graziose movenze di danza;
di grandi carrubi solenni; di campagne calcinate, dove
i muretti di sassi, mentre disegnano i confini obbligati
dell'economia proprietaria, sembrano tuttavia obbedire
a un progetto di gratuita bellezza, e comporre, non
si sa come, un ikebana di architetture e sculture rupestri.
Morbida, forse troppo, la temperie in cui queste apparizioni
si bagnano. Non c'è qui posto per i «cozzi»
calvi, i bivieri polverosi, le trazzere storte; nessuna
madre veglia i cadaveri, eccellenti o no, della Sicilia
più nera. Evidentemente il fotografo (che con
questa e le opere precedenti si aggiunge ai maestri
dell'odierna fotografia siciliana, da Sellerio a Scianna)
ha compiuto una scelta di cui non lo ringrazieremo abbastanza,
essendo la sua testimonianza complementare alle altre,
e insieme a queste necessaria per chi pretenda un'esauriente
idea storica e umana dell'isola. Si sa che la Sicilia
è plurale, che il Regno delle Due Sicilie avrebbe
dovuto chiamarsi delle Dieci, delle Cento Sicilie. Crocevia
e ombelico ambiguo del mondo, amalgama di razze e vicende
diverse, la Sicilia non ha mai smesso di essere un grande
ossimoro geografico e antropologico di lutto e luce,
di lava e miele. Non si cerchi dunque in questo libro
una summa interpretativa (altri, e bene, lo ha fatto).
Basta ch'esso sia quello che ambisce di essere: un'inchiesta-romanzo,
dove i nodi dell'invenzione e dell'autenticità
callidamente s'intrecciano. Le Sicilie sono tante, ripeto,
qui se ne racconta, se ne immagina una. Parziale, legata
a una gente particolare, a una topografia circoscritta;
ma emozionante e leggendaria come un mito di tempi perduti.
Cos'altro, del resto, si può chiedere a un libro
se non di somigliare a ciò che tutti vorremmo,
e non sapremo mai scrivere: a una fiaba felice?
Gesualdo
Bufalino
Da un articolo de "Il Giornale"
del 20.1.1984